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Wahala

Wahala

Autore/Author:  Robin Hinsch
Editore/Editor: Gost
Dimensioni/Dimensions: 24,5 × 30,0 cm
Pagine/Pages: 128
Lingua/Language: English
Anno/Year: 2022

50,00 

Italiano

Le immagini in Wahala raffigurano sia i luoghi del mondo in cui le materie prime vengono estratte dalla terra a scopo di lucro, sia le persone che vi costruiscono le loro case. Il fotografo Robin Hinsch ha viaggiato dove l’impatto umano sul pianeta era particolarmente visibile per rendere visibile all’osservatore le nette ripercussioni ecologiche e umane della dipendenza globale dai combustibili fossili.

Le fotografie nel libro sono state scattate nei campi petroliferi del Delta del Niger, in Nigeria; nella cintura carbonifera di Jharkhand, in India; e nelle miniere a cielo aperto di Brandeburgo e Renania Settentrionale-Vestfalia in Germania e Slesia in Polonia. Si alternano tra dettagli e panoramiche, paesaggi e ritratti, il familiare e l’estraneo, disorientando l’osservatore su cosa e dove sta guardando. Le immagini sono cinematografiche: cieli scuri e cupi, paesaggi drammatici illuminati da torce a gas, rovine di edifici in rovina. Allontanandosi dal documentario diretto, il libro costruisce nuove narrazioni di immagini associative per raccontare la storia dello sfruttamento, sia da parte di aziende internazionali sia da parte di coloro che vivono nelle aree colpite dalla loro presenza, a loro volta hackerando il sistema.

”Wahala’ traduce la violenza di questi meccanismi globali di estrazione di combustibili fossili e ci aiuta a coglierne la complessità… Ora possiamo capire: con lo sfruttamento del pianeta distruggiamo noi stessi’
– Dott.ssa Sophie Charlotte Opitz

La parola Yoruba “wahala” significa “problema” o “stress” ed è un termine pidgin ampiamente compreso in Nigeria. Raramente è isolata, ma quando lo è implica che c’è un problema che lascia scossi o senza parole. L’attenzione di Hinsch su dove l’effetto ecologico dell’uomo sul mondo è più evidente mira ad avere questo impatto, mostrando sia la complessità dell’argomento sia che il problema è un nostro problema.

‘Le infrastrutture dei combustibili fossili sono molteplici e si estendono ben oltre il nostro ambiente immediato. Da pozzi, oleodotti, miniere di carbone, tunnel ed elevatori, questi canali di fuoco si biforcano, si diramano e si fondono di nuovo in grandi impianti di rifornimento, raffinerie, centrali elettriche e stazioni di servizio. Infine, raggiungono i serbatoi delle nostre auto, i gasdotti più piccoli delle nostre case, l’elettricità con cui carichiamo i nostri telefoni. In effetti, l’enorme attività di combustione di combustibili fossili si attacca, in un modo o nell’altro, a tutto ciò che acquistiamo al supermercato. Quasi nulla arriverebbe sugli scaffali senza il carburante bruciato in camion, portacontainer e aerei. Petrolio e carbone stanno alimentando una gigantesca coreografia di merci e persone, che si muovono sulla Terra su una scala sempre maggiore e con una velocità sempre maggiore. I combustibili fossili si attaccano quindi alle nostre vite come una sottile pellicola visibile solo alla luce nera, uno strato sottile, invisibile, viscoso e quasi impossibile da lavare via.’
– Moritz Frischkorn

Per realizzare questo progetto, Hinsch ha collaborato con Pinaki Roy, insegnante e attivista sociale che lavora nel giacimento carbonifero di Jharia in India; Fyneface Dumnamene, attivista per la giustizia ambientale, difensore dei diritti umani e direttore esecutivo dello Youths and Environmental Advocacy Centre (YEAC), Nigeria; e Nnenna Obibuaku, giornalista freelance e professionista multimediale che lavora in tutto il continente africano.

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